«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».
L’Art. 11 della Costituzione è stato sicuramente per le Acli, fin dalla loro nascita, un riferimento irrinunciabile: il processo di ricostruzione culturale e civile anche attraverso le prime “opere” per la difesa e la rinascita della dignità dei lavoratori e delle lavoratrici – in Italia e nei Paesi di emigrazione – lo testimoniano. Proprio il rapporto con i luoghi di emigrazione, in Europa e non solo, e le relazioni con i movimenti sindacali presenti in quei Paesi, aveva provocato nelle Acli una progressiva crescita di attenzione agli scenari internazionali, espressa anche con la creazione, nella prima metà degli anni ’60, di un settore “Relazioni internazionali”.
Negli anni dell’immediato dopoguerra questa attenzione era già presente e incoraggiata anche grazie alla vicinanza e alle azioni, all’interno dell’associazione, di figure come Giorgio la Pira – che prima ancora di essere eletto Sindaco di Firenze era stato Presidente delle Acli di Firenze – Giuseppe Dossetti e dell’allora Vescovo, poi Cardinale, di Milano Giovanni Battista Montini.
Proprio l’impronta della nonviolenza e della instancabile tessitura di relazioni tra luoghi, associazioni, istituzioni, iniziò a caratterizzare l’azione delle Acli a partire dagli anni del Concilio Vaticano II in un mondo cattolico fortemente impegnato per l’approvazione della legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare (1972), nella solidarietà con le vittime di dittature spietate – proprio tra gli anni ‘60 e ’70 – e per il disarmo.
L’acuirsi della guerra in Vietnam, la crisi a Cuba (1962), l’inizio delle dittature in Brasile (1964), in Grecia (1967), la “guerra dei 6 giorni” (1967) e nella prima metà degli anni ’70, l’inizio delle dittature in Cile e Argentina, risvegliarono infatti anche in Italia una larga partecipazione a manifestazioni popolari per chiedere interventi diplomatici per la cessazione di combattimenti, violenze e torture. A questa partecipazione – che in quegli stessi anni aveva visto la convocazionie della Marcia delle Pace Perugia-Assisi per iniziativa di Aldo Capitini – si accompagnò una forte disponibilità all’accoglienza di esuli in fuga da quei Paesi e l’appoggio alle loro organizzazioni di opposizione, anche attraverso iniziative di pressione a livello politico e parlamentare.
Fu proprio in quelle piazze e nelle azioni di solidarietà che inizio a rafforzarsi il fronte attivo e unitario per il disarmo. A fronte della minaccia nucleare alimentata dall’aggravarsi della guerra fredda che stava portando anche in Italia nella base Nato a Comiso (Ragusa) l’installazione di missili a testata nucleare Cruise con l’approvazione del Governo italiano, le Acli furono tra i protagonisti della forte mobilitazione che a più riprese convocò a Comiso e in tutta Italia centinaia di migliaia di persone per bloccare l’allestimento della base (1981-1983). A maggio ’83 dalla Sicilia le Acli decidono di far partire la grandiosa marcia della pace, che coinvolge migliaia di pacifisti di tutta Europa, con destinazione finale Ginevra, dove i rappresentanti di Usa e Urss sono impegnati nella difficile trattativa sul disarmo nucleare.
Dopo la campagna di raccolta firme per l’abolizione del segreto militare sul commercio delle armi, lanciata nel 1982, e la costituzione nel 1984 assieme a movimenti cattolici (Mani Tese, Pax Christi, Mlal, Missione Oggi) del Comitato “Contro i mercanti di morte”, le Acli sottoscrivono l’appello per bloccare il commercio di armi italiane nel mondo. La richiesta è chiara: serve una legge che vieti la vendita di armi prodotte in Italia a paesi belligeranti, dittatoriali, razzisti o destinatari di aiuti pubblici allo sviluppo.
E’ un percorso di forte crescita di coscienza civile e democratica che con la Pacem in Terris e la Populorum Progressio chiede non solo ai cattolici ma a tutti gli uomini e le donne di “buona volontà” di allargare lo sguardo fuori dai confini, al mondo, verso quella “globalizzazione della solidarietà” che più tardi Giovanni Paolo II opporrà alla globalizzazione dei mercanti.
Proprio i decenni ’80-’90 sono anni in cui l’opposizione alla strategia stragista e mafiosa in Italia si salda con una forte iniziativa a fianco dei popoli del sud del mondo anche con programmi di cooperazione internazionale che vedono, per la prima volta – con la Legge 9 febbraio 1979, n. 38 – l’intervento di “enti, istituti e organismi pubblici o privati che operino nel settore del volontariato civile”, tra i quali le nostre ong, Ipsia e Arcs.
Non è dunque un caso che siano questi gli anni in cui allargare lo sguardo e operare per gli stessi obiettivi crea una progressiva unità di intenti all’interno dell’associazionismo democratico che supera barriere ideologiche e culturali e avvia quel protagonismo della società civile che vede le ACLI e l’ARCI in prima fila, unite in un lavoro reso comune anche perché radicato e tessuto nelle strutture territoriali e nella storia democratica di ciascuna.
E’ un protagonismo che assume soggettività politica dentro e fuori i confini del Paese e che, pur tra le difficoltà, va acquistando spessore e capacità di interlocuzione con organizzazioni, movimenti ma anche istituzioni nazionali internazionali e si fa politica e diplomazia popolare.
E’ in quegli anni che la Marcia Perugia-Assisi assume il carattere di un appuntamento di riferimento e mobilitazione nazionale unitaria e sul finire degli anni ’80 con i fermenti che avevano preceduto il crollo del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica, si stava preparando uno scenario inedito che nei due decenni successivi ha visto le nostre due associazioni giocare, insieme, un ruolo importante non solo nel panorama associativo italiano e internazionale ma in quello politico.
Un cammino unitario straordinario, la cui quotidianità si intrecciava con riunioni, dibattiti pubblici, eventi e manifestazioni creando tra i gruppi dirigenti relazioni forti di stima, fiducia e amicizia.
Pensiamo alla prima iniziativa di Time for peace, (dicembre 1989), la catena umana attorno alle mura di Gerusalemme fatta dalle mani unite di palestinesi, israeliani ed europei, per manifestare il desiderio di pace e la necessità – si diceva allora – “di una rapida e giusta soluzione del conflitto che rispetti il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e quello di Israele alla propria sicurezza”.
Speranze di pace che nell’agosto dell’anno successivo si infrangevano su un altro fronte di conflitto: quello dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. Non a caso nell’ottobre di quel 1990 Acli e Arci (Franco Passuello e Tom Benetollo) parteciparono a Praga alla prima Convocazione dell’Assemblea dei cittadini di Helsinki che ribadiva a governanti e popoli gli accordi di Helsinki del 1975 – atto finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa – in materia di “principi che guidano le relazioni tra gli stati partecipanti” per ridurre le tensioni della guerra fredda.
Purtroppo, la caduta del Muro non stava portando alla fine dei conflitti ma, anzi, allo sgretolamento di un ordine mondiale che lasciando spazio al moltiplicarsi dei conflitti. Ancora più forte, a fronte di questo addensarsi di nubi doveva essere la reazione di chi, organizzazioni democratiche ed esponenti di società civili si batteva in difesa di diritti umani e dei popoli, prime vittime di ogni guerra.
Da qui, sempre insieme, Acli e Arci, con Associazione per la Pace sono andate in missione “dal Sultano” Saddam Hussein, chiedendo – ed ottenendo – la liberazione dei lavoratori italiani tenuti in ostaggio. E ancora, a fronte del pericolo di conflitto a seguito della morte del maresciallo Tito e della fine dell’ex-Yugoslavia, ancora Time for peace ha iniziato a riprendere e a tessere, l’anno dopo, relazioni plurali nel tentativo, sempre più vano di evitare una guerra fratricida. Ancora nel 1992 la carovana di pace Trieste Sarajevo e, nel ’93, Mir Sada sono state espressioni testarde di volontà di pace e di fraternità tra popoli e persone, fuori dalla logica di potenza e della real politik.
Con la stessa visione e in quegli stessi anni, il legame associativo tra le Acli e l’Arci stava giocando da protagonista nel tessere relazioni unitarie allargate a molteplici altre organizzazioni e movimenti, generando le premesse che avrebbero portato al nascere di Banca Etica, di Libera, della Tavola della Pace, di Transfair e del Forum del Terzo Settore.
Proprio 30 anni fa, sotto uno striscione che affermava “La solidarietà non è un lusso”, le Acli e l’Arci – insieme al Movi, all’Auser, alla Comunità di Capodarco, all’Anpas e tante altre associazioni di matrice laica e cattolica – sfilavano sino a piazza della Chiesa Nuova a Roma dove, in quell’Auditorium, si tenne l’Assemblea che diede, di fatto vita al Forum. A quella stessa assemblea partecipavano molte ong – comprese Ipsia-Acli e Arcs – e, in un documento unitario letto pubblicamente affermavamo che anche “La solidarietà internazionale non è un lusso”…
La storia di quegli anni si lega indissolubilmente con la mia storia personale e i ruoli ricoperti nelle Acli sui temi della pace, dell’immigrazione e della solidarietà internazionale.
Ho avuto il grande dono, oltre che forte responsabilità, nel vivere in prima persona – in squadra con i dirigenti nazionali di quegli anni, Giovanni Bianchi e Franco Passuello; Giampiero Rasimelli, Tom Benetollo, Raffaella Bolini e Silvia Stilli e con centinaia di dirigenti regionali e provinciali delle nostre associazioni – questa fase storica e questi eventi contribuendo come sapevo e potevo. Di fronte alle sfide del tempo, la ricerca di posizioni e interventi unitari – non sempre scontata – si trasformava, ogni volta, nel rinnovarsi di relazioni faccia a faccia, di confronto appassionato, nel recuperare una forza che non derivava dalla semplice giustapposizione di pezzi di un puzzle interassociativo ma da una condivisione reale costruita sul campo, un “solidus” che non era semplice alleanza ma scambio e contaminazione.
Abbiamo affrontato così l’agonia della fine della guerra in ex-Yugoslavia e l’inizio di quella in Kosovo ma anche l’avventura di relazioni istituzionali positive, a partire dai nostri Enti locali, all’interno del ministero degli Esteri, in Italia e in Bosnia, e in quello della Solidarietà Sociale con le interminabili riunioni – ahimé spesso deludenti – del “tavolo” per gli aiuti all’ex-Yugoslavia.
Con lo spesso spirito, ci siamo aperti alla speranza di “Un altro mondo possibile” e alla stagione dei Social Forum, a partire da quello del 2001 di Porto Alegre, dove il binomio pace-sviluppo sembrava davvero possibile perché inverato nel nuovo corso del Brasile tornato alla democrazia e a alla ricerca di un’economia globale che potesse diventare solidale.
Siamo stati brutalmente riportati alla realtà prima, a casa nostra, con il berlusconismo passato dalla facciata dei luccichini e delle (false) promesse a quella della violenza autoritaria del G8 a Genova a luglio e poi, dall’attentato alle Torri Gemelle, seguito dall’attacco degli USA all’Afghanistan, in nome della guerra al terrorismo internazionale.
Una spirale di violenza tornata drammaticamente a minare a livello globale le speranze di una trasformazione di un sistema economico e politico che si stava rivelando in tutto il suo strapotere finanziario ma anche culturale e sociale pervasivo e illiberale.
La riserva comune di forza però non era esaurita e di nuovo l’anno dopo, a Firenze, durante le giornate del Forum Sociale Europeo (2002), abbiamo fatto nuovamente sentire le nostre ragioni, visioni e proposte. Anche in quell’occasione abbiamo gridato il nostro NO di fronte alla nuova minaccia di guerra contro l’Iraq e l’abbiamo ribadito in modo unitario all’interno del comitato “Fermiamo la guerra” organizzando – in compagnia di decine e decine di milioni in tutto il mondo – la grande manifestazione del 15 febbraio 2003.
Il 20 marzo 2004, ad un anno dall’inizio della guerra in Iraq – che pure la volontà di pace di milioni di uomini e donne non era riuscita a fermare – il mondo torna a mobilitarsi per la pace e contro il terrorismo rispondendo all’appello lanciato dai movimenti americani che si oppongono alla politica di Bush. Solo negli Usa si sono svolti cortei in più di cento città. Da Bombay a San Francisco, i movimenti pacifisti sono scesi in piazza.
A Roma un corteo enorme organizzato dal Comitato Fermiamo la guerra, ha portato circa due milioni di persone, a invadere, letteralmente, la città.
Esattamente 3 mesi dopo, all’alba del 20 giugno, Tom ci ha lasciato e con lui se ne è andato, oltre che un grande dirigente associativo, un uomo di pace, un compagno di strada e un amico per tanti e tante di noi.
In quello stesso anno lasciavo, dopo quasi un decennio, la Presidenza di Ipsia per tentare una nuova sfida, quella di contribuire a rendere esplicito il collegamento tra impegno per la pace e contrasto all’economie di guerra e creare consapevolezza – ancora una volta sulla scia dell’eredità dei Social Forum Mondiali – dell’urgenza di scelte personali, associative e politiche verso un’economia alternativa al turbocapitalismo e alla finanziarizzazione…
Coniugare radicalità e mediazioni necessarie all’interno di una grande associazione – che, proprio in quanto grande, porta in sé ed è lo specchio delle contraddizioni del paese in cui vive – non è impresa facile. Soprattutto in una fase storica profondamente mutata. Da un lato si corre il rischio di essere ininfluenti e marginali, dall’altro si quello di essere considerati utopici sognatori e, dunque, di non essere nemmeno più utili. Comunque, anche così, ho provato a seminare quel che potevo continuando, concretamente e anche oggi, a coltivare speranza.
Scrivere queste note alla vigilia di un Congresso Nazionale delle ACLI – il 27° – che celebra gli 80 anni dalla fondazione dell’Associazione sotto il titolo “Il coraggio della pace” è un segno davvero importante e un messaggio forte ad un’Italia che purtroppo, ha ricominciato a misurare il suo Pil sull’industria e sul commercio delle armi. Grazie, dunque, a Emiliano Manfredonia, perché ha preso su di sé… il coraggio della pace.
Spero che Tom non abbia abbandonato il suo ruolo di lampadiere e lo aiuti, aiuti te e tutti noi a risvegliare il popolo della pace perché riprenda con forza il suo cammino.
Di questi tempi non possiamo dare fiato alla paura.





