Intervento tenuto il 12 ottobre in Campidoglio a Roma dove Matteo Pucciarelli è stato insignito del premio “Colomba d’oro per la pace 2024”
Nel ringraziare per l’onore di ricevere questo premio, vorrei per prima cosa rivolgere un pensiero ai 175 giornalisti morti a Gaza da un anno a questa parte.
Morti, anzi uccisi, facendo il proprio lavoro.
A Gaza i media occidentali non possono entrare se non embedded con l’esercito israeliano. Queste colleghe e questi colleghi sono i nostri occhi su qualcosa che non si vorrebbe far raccontare; ovunque nel mondo ci siano guerre e devastazioni, abusi e prepotenze, i giornalisti che intendono il mestiere come un servizio civile finiscono nel mirino.
Per fortuna qui non siamo in guerra, potremmo dire. In effetti potrebbe sembrare così.
Solo che una bomba che cade dal cielo, magari sganciata interrogando un’intelligenza artificiale mai così deficiente, elaborando algoritmi pensati da geni e purtroppo prestati al male, è solo l’ultimo atto di una guerra. Quella è la fine di un processo, non l’inizio.
La guerra invece comincia dalle parole, sempre e solo dalle parole. E anche il giornalismo ne è a volte corresponsabile.
Quando il giornalismo cade nel luogo comune e nella logica binaria dell’amico e del nemico, dello scontro di civiltà; quando si confondono i governi e i despoti con i popoli; quando il giornalismo racconta con dovizia di particolari la vita dei nostri morti e dimentica i loro, ridotti a numeri. In quel momento di de-umanizzazione stiamo giustificando già la guerra, perché stiamo smettendo di dare alle vite lo stesso valore.
Ci sono dei giochi di parole che giustificano la guerra – forse senza volerlo, non sta a me giudicarlo. Ma ci sono.
Alcune vittime di guerra diventano persone “morte”, e non uccise. Alcune operazioni sono “mirate”, pazienza se per uccidere un presunto terrorista affibbiamo la pena di morte senza alcun processo ad altri 50 innocenti. Alcuni effetti sono “collaterali”. Alcune reazioni sono “legittime”, alcune violazioni del diritto internazionale vanno inserite in un “contesto complesso”.
In maniera speculare, alcune azioni terroristiche che hanno preso di mira e con sfregio i civili, si trasformano in “gesti rivoluzionari”. Quindi anche questi legittimi.
Chiamarsi fuori da tutta questa capziosa distorsione non è facile. Ma esserne consapevoli rappresenta il primo passo per dare il giusto valore e il giusto peso alle parole che utilizziamo.
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Intanto però, parlando di guerra, vorrei citare la definizione di “pace” che mi è stata fatta da un amico e compagno impegnato in Rete pace disarmo, Francesco Vignarca: la pace come presenza di diritti per tutte e per tutti.
Allora sarà pur vero che qui adesso non siamo in guerra, ma non siamo neanche in pace. Allora c’è ancora bisogno di lottare, qui e oggi, ognuno secondo le proprie competenze e capacità, per conquistare la pace. Quindi per allargare i diritti: dei migranti, delle minoranze, delle donne, dei disabili, dei bambini, degli anziani; delle lavoratrici e dei lavoratori. Non c’è pace dove c’è volontà di dominio di un uomo sull’altro. Non c’è pace nella prevaricazione e nell’abuso di un potere.
In questo senso il giornalismo ha a sua volta un grande potere, a volerlo utilizzare: di denuncia, di volontà di racconto, di inchiesta. Cercare la pace è non dimenticare la storia e le vite di chi subisce su di sé il peso della disuguaglianza e delle discriminazioni. Non voltare lo sguardo, quindi.
Orientarlo anche laddove, invece, uomini e donne di buona volontà provano a mettere in pratica l’idea di trasformazione della società. Dare voce alla concretezza di chi si muove con fatica e desolazione sulle linee di confine, di chi prova a dare gambe alle utopie, partendo da se stesso e da ciò che lo circonda.
La pace è infine, non per ordine di importanza, nell’obiezione di coscienza. Sono troppo pochi, ma ci sono: russi, ucraini, bielorussi, israeliani, palestinesi che rifiutano la violenza. Il loro esempio di disobbedienza, spesso pagato a caro prezzo, ci dà una speranza e indica una strada, cioè rispondere alla nostra coscienza e non ad un ordine. La diserzione e i signornò sono esempi di un atto individuale di rifiuto delle logiche di guerra e di branco. Le loro storie andrebbero raccontate di più e anche su questo il giornalismo ha un ruolo e una mancanza.
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Prima che morisse a gennaio a 106 anni ho avuto il piacere e l’onore di conoscere Bruno Segre, partigiano e poi avvocato degli obiettori di coscienza in Italia, quando non voler indossare la divisa era ancora un reato. Lui a Torino e Giorgio La Pira a Firenze a inizio anni ’60 fecero proiettare un film aggirando la censura, si chiamava Tu non uccidere. Una storia vera ambientata in Francia dopo la liberazione dall’occupazione tedesca.
Due giovani si ritrovano in un carcere militare, sono loro i protagonisti. Uno è un obiettore di coscienza e viene rinchiuso perché in nome dei suoi valori di nonviolenza aveva rifiutato il servizio di leva e la partecipazione alla guerra. L’altro è un seminarista tedesco che invece, arruolato nella Wehrmacht, era stato costretto ad obbedire agli ordini di fucilare dei partigiani francesi. I due, in attesa di affrontare il processo davanti al tribunale militare, diventano amici.
Poi arriva il momento della sentenza per entrambi.
I giudici assolvono il seminarista che ha ucciso: ha obbedito a un ordine superiore. L’obiettore invece viene condannato, perché non ha obbedito ad un ordine.
In questa storia c’è quindi il senso – credo – di coloro che credono e lottano per la pace e per una società tra eguali. Essere disposti a perdere qualcosa oggi, a non confondere legalità con giustizia, o anche solo non rinunciare a esercitare il nostro spirito critico, giorno dopo giorno, anche se in tanti, troppi, sembrano non volerlo fare





