Nel febbraio del 1980 esce la rivista “Pace e Guerra”, la rivista è diretta da Luciana Castellina, da Claudio Napoleoni e da Stefano Rodotà. Diverse le ragioni che spinsero il Partito di Unità Proletaria ad investire risorse intellettuali, politiche e finanziarie in un’impresa editoriale molto impegnativa e segnata nel suo titolo da un orientamento ben definito. Così nella presentazione del primo numero: “ Vi sono momenti come nell’attuale – dopo le lotte del 68 e dagli anni che seguirono – in cui i soggetti che da quei conflitti sono emersi debbono assumere la responsabilità di definire il proprio discorso sulla pace”. Era ben chiaro a chi ispirò la rivista che la tendenza alle guerre e al riarmo avrebbe segnato questa nostra epoca. Il thatcherismo e il reaganismo si presentavano non solo come una strategia che aveva al centro il liberismo più aspro, lo smantellamento dello stato sociale e i diritti dei lavoratori, ma anche come una nuova e aggressiva strategia imperiale della quale la corsa al riarmo sarebbe stato un capitolo fondamentale. La scelta dei ministri della Difesa e dei ministri degli Esteri dei paesi della Nato nel 1979 di pianificare il dispiegamento entro il 1986 di 572 missili Cruise e Pershing era una chiara manifestazione di questa volontà. Una scelta pretestuosa quella americana. L’idea che i missili Ss20 installati dall’URSS avrebbe rotto l’equilibrio militare e nucleare fra i sovietici e il mondo occidentale era del tutto infondata. Lo squilibrio fra l’apparato militare, industriale ed economico fra il blocco sovietico e quello occidentale era totalmente a favore di Stati Uniti ed Europa. Come da lì a pochi anni il crollo dell’URSS avrebbe ampiamente testimoniato.
Sono partito da “ Pace e Guerra” e dal Pdup in questo sommario ricordo del pacifismo di quegli anni, per sottolineare la natura e la specificità del pacifismo italiano e per comprendere le ragioni che resero una piccola formazione della nuova sinistra così importante in quei movimenti della prima metà degli anni 80.
L’Italia veniva da anni politici drammatici, gli anni dei governi di unità nazionale. Anni segnati dal terrorismo e dall’assassinio di Aldo Moro. Anni delle leggi di emergenza, anni nei quali era proibito manifestare e nei quali la rottura a sinistra fu profonda e all’apparenza irrimediabile. Il merito di Magri e del Pdup fu quello non solo di aver compreso che l’elezione della Thatcher nel 1979 e di Reagan nel 1980 avrebbero ancor più esasperato la guerra fredda e la corsa al riarmo, ma anche quello aver colto la fragilità, la precarietà e la contraddittorietà della scelta del Compromesso storico Per questa fondamentale ragione, anche in polemica con buona parte della nuova sinistra, il Pdup sostenne la necessità di una relazione unitaria fra tutte le forze della sinistra , proprio a partire dai movimenti reali.
In Italia tra la fine degli anni 60 e la prima metà degli anni 70 vi furono imponenti mobilitazioni contro la politica imperiale degli Stati Uniti, manifestazioni non certo ispirate al pacifismo, e caratterizzate da una profonda lacerazione a sinistra. Se la lotta contro l’installazione Cruise e Pershing ebbe un segno radicalmente diverso, questo fu possibile non solo per il ruolo importante di movimenti pacifisti europei come lo END inglese, o per altre culture più propriamente pacifiste che venivano dall’Europa, ma soprattutto perché si comprese la grande amara lezione che ci veniva dalla seconda metà degli anni 70. Una lezione che rendeva chiaro quanto fosse necessario un cambiamento di strategia sia nell’ispirazione del movimento contro la guerra e il riarmo, sia nella necessità di una forte mobilitazione unitaria. E il Pdup si fece interprete di questi mutamenti. Non fu certo un caso che il documento della prima grande manifestazione pacifista del 24 Ottobre del 1981 venne definito a notte fonda nella sede della Fgci di via della Vite. Così come non fu casuale l’emergere della cultura della “ nonviolenza”. Diversamente non sarebbe stato possibile il blocco nonviolento alla base militare di Comiso alla quale partecipò la stessa “ autonomia operaia”, che come tutti noi nell’estate e poi nel Settembre del 1983, subì la brutale e violenta aggressione delle forze dell’ordine, senza opporre alcuna resistenza violenta. Né sarebbe stato possibile il telegramma del segretario del PCI Enrico Berlinguer ai giovani che bloccavano la base di Comiso. Un telegramma di solidarietà ad una lotta “ illegale” che suscitò molti malumori nell’area riformista dello stesso PCI. E cosa ancora più importante noi non avremmo avuto in Italia sino alla metà degli anni 80 una così diffusa e ampia mobilitazione contro i missili Cruise e Pershing . Si realizzò in quegli anni un incontro virtuoso fra la cultura della nonviolenza e la strategia di un grande movimento unitario, quel “ miracolo” politico e culturale trasformò tutto il nostro paese in uno straordinario laboratorio pacifista, portò più di un milione di cittadini a partecipare al referendum autogestito, portò alla scelta di migliaia di comuni che si dichiararono denuclearizzati e a quelle imponenti marce della Perugia – Assisi che vide insieme una parte importante del mondo cattolico, la sinistra radicale e comunista e tanti socialisti che dissentivano dalle scelte craxiane. In Italia e in Europa si ebbe una rivolta delle coscienze di milioni di cittadini contro le armi e contro le guerre, una rivolta che chiedeva cooperazione fra i popoli, giustizia sociale e un nuovo mondo. Mi piace pensare che quel potente movimento di opinione pubblica abbia influenzato l’accordo fra le due superpotenze nel 1987, quando il presidente Reagan e il nuovo segretario del PCUS Gorbacev decisero lo smantellamento dei Cruise, Pershing e degli SS20.
La natura, l’estensione e la qualità dei movimenti di quegli anni rappresentò uno straordinario patrimonio politico e culturale che le forze progressiste e di sinistra non vollero e non seppero valorizzare. Fu così nella politica nazionale e nelle scelte europee. Quel movimento chiedeva un radicale rinnovamento della politica e un grande progetto unitario di cambiamento. Nel vuoto dell’uno e dell’altro esplose nel nostro paese nei primi anni 90 la rabbia di tangentopoli, la crisi profonda della sinistra e della stessa democrazia.
Cosa ancor più grave fu l’abbandono delle aspirazioni di quei movimenti pacifisti europei in due grandi passaggi che hanno segnato e stanno segnando una’intera epoca : il crollo dell’URSS e la costruzione della nuova Europa. Nel primo caso si inseguì l’idea illusoria di “affogare il can che affoga” , ovvero la distruzione della Russia come potenza mondiale.
Nel secondo caso, più che ad un’Europa democratica e dei popoli, si lavorò alla costruzione di un’Europa tecnocratica e delle elites economico e finanziarie. Non si volle dare gambe, né speranze a quella aspirazione dei movimenti pacifisti dei primi anni 80 che chiedevano un Europa pacifista, fuori dalla logica dei blocchi politico e militari, impegnata a costruire con il Sud del mondo e con il movimento dei non allineati “our common future”.





