1990/1991
Per il movimento pacifista la prima guerra in Iraq, o Guerra del Golfo, è stata un vero e proprio “spartiacque”, come lo ha definito l’incontro organizzato da “Un Ponte per” in occasione del trentennale del conflitto. Si era appena entrati in una fase in cui il mondo sembrava avviarsi verso una stagione di disarmo e di pace, era caduto il muro di Berlino, e l’equilibrio del terrore che aveva minacciato di distruggere l’intero pianeta sembrava finalmente sostituito dalla pratica del negoziato. La tragedia irachena rappresenta lo spartiacque fra quelle speranze e il ritorno in grande stile della guerra proprio nella forma ripudiata dall’art.11 della Costituzione italiana: “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – nonché, come tutti sanno, di difesa dei propri interessi economici in materia di accesso alle riserve petrolifere.
La vicenda ha inizio il 2 agosto del 1990, con l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. L’ONU condanna immediatamente l’aggressione e decide l’embargo nei confronti dell’Iraq, ma viene rapidamente scavalcata: viene creata, su spinta degli Stati Uniti, una coalizione di 35 stati che scelgono l’intervento militare, denominato “Operazione Desert Storm”. L’Italia vi aderisce, con la votazione in Parlamento del 17 gennaio 1991: cioè proprio la notte dello scoppio della guerra, mentre Montecitorio è assediata da un sit-in pacifista.
Alle 00.40 ora italiana, 2.40 ora irachena, il cielo di Baghdad è illuminato dai bombardamenti, ripresi dalle televisioni di tutto il mondo. Il 28 febbraio, dopo il lancio di 90.000 tonnellate di bombe e una devastante offensiva di terra, il Presidente Bush proclama la vittoria della coalizione. Le vittime irachene sono calcolate a circa 150.000, quelle della coalizione 213. Ai morti sotto le macerie si aggiungeranno, nei 13 anni successivi, quelli per le durissime sanzioni economiche, tra cui probabilmente mezzo milione di bambini, suscitando proteste in tutto il mondo.
In Italia, il popolo della pace si attiva sin dall’autunno del ’90, e in forme molteplici: si va dalla marcia Perugia-Assisi alla missione in Iraq per la liberazione degli ostaggi italiani lì trattenuti, dall’enorme diffusione del movimento delle Donne in nero a iniziative capillari in ogni parte del Paese, a un corteo di più di 200.000 persone a Roma, e molto altro.
Nonostante questa partecipazione di massa, la guerra del 1991 rappresenta uno spartiacque drammatico anche nel rapporto fra il movimento pacifista e l’opinione pubblica. Inizialmente, l’angoscia causata dall’entrata in guerra dell’Italia, per la prima volta dopo il 1945, viene condivisa anche da cittadine e cittadini spaventati, che si precipitano a fare accaparramento di beni essenziali nei supermercati. Nei mesi seguenti, però, questo sentimento si affievolisce. Sui grandi media si assiste a una vera e propria campagna di marketing del concetto di “guerra giusta”, e di criminalizzazione di chiunque vi si opponga; mentre nell’opinione pubblica si fa strada crudamente la coscienza che si può anche partecipare a una guerra senza subirne le conseguenze. La paura scompare, sostituita dall’indifferenza.
Ci vorrà un’altra generazione, quella del “pacifismo seconda potenza mondiale” nel 2003, perché il movimento torni a riempire le piazze; ma è proprio negli anni più difficili, dal 1991 in poi, che nasce un fare pacifista nuovo, e proprio in Iraq. Con il lavoro di “Un ponte per Baghdad” (che poi prenderà il nome “Un Ponte Per…”) si afferma che la solidarietà è azione politica, e si costruiscono relazioni con le vittime della guerra non in quanto “oggetti” di pietà ma in quanto soggetti a pieno titolo di ogni attività e ogni scelta. Sarà questa la pratica che nel terribile decennio iniziato con lo spettacolo delle bombe in mondovisione caratterizzerà l’azione pacifista in un’altra terribile guerra, a noi molto più vicina: nei Balcani.
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