Un intellettuale senza scetticismi, un “grande anziano” sempre militante.
«Non vengo con voi a ridefinire il documento. Sembra che ormai siamo tutti d’accordo su come farlo; lo rivediamo domattina, ora sono un po’ stanco». Lucio Lombardo Radice ci ha lasciati così, sabato sera, dopo una lunga giornata di lavoro del comitato di coordinamento per la preparazione della seconda Convenzione per il disarmo europeo che dovrà tenersi a maggio a Berlino, nove ore di discussione filate, con compagni tedeschi, olandesi, francesi, svedesi, finlandesi, inglesi, belgi, danesi, solo mezz’ora di interruzione per un rapido panino.
Un faticoso dibattito comune per sciogliere tanti nodi difficili rimasti sul tappeto: come aiutare i nuovi movimenti per la pace autonomi sorti nella Germania dell’Est e in Ungheria, quali rapporti stabilire con quelli ufficiali dell’Est europeo; come rendere più esplicito ed operante il legame fra la nostra battaglia e quella per l’autodeterminazione dei popoli, all’Est come all’Ovest, al Nord come al Sud; come affrontare la «posizione tedesca» che, nell’ipotesi di una Europa fuori dai blocchi, gioca un ruolo particolarissimo, e poi anche mille problemi pratici: le sale da reperire a Berlino, gli interpreti per consentire un dialogo reale a militanti che in Europa parlano dieci lingue diverse, i fondi da raccogliere.
Anche su questi aspetti minori Lucio non si tirava indietro, militante tra altri militanti per lo più tanto più giovani di lui, e come tutti gli altri rifiutando l’albergo (così ci aveva detto: «Utilizziamo questi soldi per pagare parte del viaggio di un’altra compagna») era andato a dormire da un compagno, il nostro collaboratore John Lambert. Ed è John che, nel corso della notte, è andato a chiamare per avvertire che si sentiva male. È morto poco dopo all’ospedale Saint Pierre di Bruxelles, stroncato da un quarto infarto. Le sue carte, il mattino dopo, ancora lì sul tavolo, davanti al suo posto così innaturalmente, inaspettatamente, vuoto. Quando l’appello per il disarmo nucleare europeo — «un’Europa senza missili dal Portogallo alla Polonia» — era stato lanciato dalla Bertrand Russell Foundation, e subito sottoscritto da centinaia di intellettuali ed esponenti politici di diversa fede in tutto il continente, il nuovo movimento per la pace stava sviluppandosi rapidamente in Inghilterra, Germania, Olanda, nei paesi scandinavi.
Non in Italia, dove si dovette attendere l’incidente del Golfo della Sirte e la contemporanea decisione del governo di installare i missili a Comiso perché l’opinione pubblica, la stessa sinistra (che aveva accolto con qualche irrisione la scelta di chiamare il nostro mensile Pace e guerra) si rendesse conto che la guerra tornava ad essere pericolo reale e vicino.
Ma Lucio Lombardo Radice, quell’appello, primo in Italia (e abbastanza solo anche dopo) l’aveva già firmato. Né si era fatto scoraggiare da chi lo giudicava una manifestazione ingenuo-utopista, in nome di un realismo incapace di andare oltre l’orizzonte degli equilibri militari bipolari. Perché Lucio Lombardo Radice era capace di cogliere il valore dell’utopia, aveva la realistica consapevolezza della forza mobilitante dei grandi obiettivi che rompono gli schemi del consenso arrugginito, i soli che possono animare un grande movimento di massa.
È morto, prematuramente, in nome di questa fiducia, in nome di un impegno diretto, personale, cui non aveva voluto sottrarsi sebbene sapesse che i tre infarti già patiti sconsigliavano aerei, lunghe riunioni, pernottamenti arrangiati, tensioni. Non per avventatezza, ma perché sapeva — e ne parlava sempre — che oggi più che mai occorreva rompere il muro di indifferenza e di scetticismo dietro cui la maggior parte degli intellettuali italiani si era rifugiata, che occorreva andare contro corrente. Anche per questo, a luglio, aveva voluto essere a Bruxelles alla prima convenzione per il disarmo, il solo «grande anziano» della delegazione italiana. E fu lui in quella sede a battersi perché la conferenza non si chiudesse senza aver preso un’iniziativa — la delegazione che infatti fu poi inviata in Israele e Cisgiordania — per collegare subito i nostri obiettivi con quelli del movimento per la pace israeliano e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
«Lucio era contento, ieri sera — ha riferito Ken Coates al mattino, quando, ancora sconvolti dalla notizia di quanto era accaduto, ci siamo riuniti — perché sabato era risultato chiaro che nonostante tutte le difficoltà la convenzione a Berlino ci sarebbe stata». «Non ci eravamo mai conosciuti prima — racconta il reverendo Bruce Kent, segretario del Cnd britannico — e alla fine della riunione mi aveva avvicinato per dirmi: so che lei è un ministro della chiesa, io invece sono un matematico. Ma, mi pare, ci siamo intesi bene».
Perché a questo sforzo d’intendersi con gli altri, di capire le loro ragioni, Lucio non era mai venuto meno. Nemmeno quando sembrava impossibile.
Lo ricordo ancora al Consiglio comunale di Roma — e mi pento di averne talvolta sorriso — quando non rinunciava a discutere con il consigliere di Comunione e liberazione eletto nelle liste dell’orrenda Dc romana, per far rilevare le contraddizioni di quel modo d’intendere il pensiero cristiano. Ché questo è stato un altro tratto di fondo della sua personalità: rompere le barriere, non chiudersi nelle ideologie ossificate, cercare tutte le possibili convergenze fra culture diverse per cercare strade nuove; fu tra i primi, per questo, a stabilire il dialogo fra marxisti e cattolici, e lo fece con un respiro che non si fece mai chiudere nelle angustie del compromesso storico. Capì subito anche i «verdi» tedeschi. In aereo, venendo a Bruxelles l’altra sera, mi ha chiesto un racconto dettagliato sul loro congresso, cui sapeva che avevo assistito. E ricordò un suo scritto di parecchi anni fa ormai in cui, quando tanti, o nulla sapevano di quanto si stava muovendo in Germania o, se sapevano, non ne coglievano le prospettive, egli aveva sottolineato l’importanza e l’interesse del nuovo fenomeno, anche ai fini di un rinnovamento della sinistra tradizionale.
Si sforzò di capire anche le nostre ragioni, quando uscirono le tesi de il manifesto, e si batté perché ci fosse concesso di difenderle dentro il Pci. In quel Comitato centrale del novembre del 1969, in cui fu decretata la nostra radiazione, lui votò contro.
Fonte: Pace e Guerra, numero 1 del 2 dicembre 1982.





