Guerre&Pace: la rivista e il suo direttore Walter Peruzzi

Questo testo è stato pubblicato senza firma a nome di tutta la redazione nell’ultimo numero di Guerre&Pace, il n. 172 pubblicato nell’inverno 2014, dedicato alla figura del suo fondatore e principale animatore, Walter Peruzzi, scomparso il 25 maggio di quell’anno. E’ un testo che riassume quella che è stata una importante esperienza di giornalismo militante di informazione sugli esteri durata 20 anni.

Il 17 gennaio del 1991 ha rappresentato per molte/i di noi una data spartiacque, non solo dal punto di vista simbolico. I bombardamenti alleati su Baghdad mettevano in chiaro che non ci sarebbe stata alcuna “fine della storia”, e che la storia stessa tornava prepotentemente a imporsi nelle nostre vite, le spingeva a prendere parte, a manifestare e manifestarsi. 

Per qualcuna/o di noi quella data è stata l’inizio di un nuovo e rinnovato impegno contro la guerra. Walter Peruzzi è stato tra quelli che più di tutti ha capito cosa stava cambiando, cosa avrebbe provocato quella guerra, quali conseguenze avrebbe avuto sul piano globale. E quale impegno avrebbe chiesto a noi tutte/i. 

Durante i giorni dei bombardamenti e dell’intervento Usa/alleato Walter coordinerà un importante lavoro di controinformazione, con svariate rassegne stampa sui diversi aspetti di quella guerra. Questo lavoro proseguirà quindi con la costituzione del “Comitato per la verità sulla guerra del Golfo” – fonda-to insieme a Calducci, Fortini, La Valle, Dinucci (….) – che ricostruirà i crimini e le “ragioni” di quella guerra, anche con un coordinamento internazionale. E insieme a “Un ponte per….”, organizzazione che nascerà anch’essa in quei giorni, sarà impegnato contro l’embargo che colpirà in maniera sanguinosa e criminale nei seguenti 12 anni la popolazione irachena. 

Quel comitato cambierà poi nome in “Comitato Golfo per la verità sulla guerra”, perché si avverò, evidentemente, la previsione di un salto di qualità nell’utilizzo dello strumento militare come arma principale nell’imposizione di quello che Bush padre chiamò “nuovo ordine mondiale”. E il comitato cominciò a organizzare l’informazione e la mobilitazione contro i vari fronti della “guerra globale”, e a informare e organizzare iniziative contro il “nuovo modello di difesa” che coinvolgeva anche il nostro Paese nelle strategie di guerra statunitensi e Nato. 

Walter per primo pensò che per questo lavoro di informazione dovesse servire uno strumento nuovo, una rivista che provasse a raccontare i fronti della guerra globale e i soggetti che si battevano contro la guerra, le resistenze, i movimenti di liberazione. Così nacque, nel 1993, Guerre&Pace, inizialmente come “bollettino del Comitato Golfo”, ma già aperto ai contributi di tante e tanti che avevano in precedenza dato vita a riviste o esperienze di informazione alternativa sui temi internazionali/internazionalisti. “Guerre&Pace vuol far sentire l’inquietante rumore delle armi, che si propaga dal ‘nuovo ordine mondiale’, presentando i fatti più che i commenti, le informazioni più che le opinioni. 

Guerre&Pace non è una rivista ma più modestamente un bollettino mensile a servizio di tutto il movimento pacifista, che fornisce notizie poco diffuse o taciute, documenti e testimonianze dirette sui conflitti in corso nel mondo e sulle iniziative contro le guerre… Si tratta di rendere visibile quello che i media occultano o deformano, per informarsi e informare”. Così si può leggere nell’editoriale del primo numero della rivista, scritto naturalmente da Walter. 

Ben presto questa rivista superò i confini di “bollettino”, per diventare uno strumento di largo respiro, che affrontava tematiche diverse, racconti e analisi su tutte le regioni del mondo. 

Naturalmente al centro della rivista ci sono sempre state le analisi e il lavoro di informazione e controinformazione sui temi della guerra e delle strategie militari, intrecciato all’impegno militante contro gli interventi militari che da allora si moltiplicarono. E così questa rivista è passata attraverso le guerre jugoslave, i conflitti mediorientali, gli interventi in Somalia, in Afghanistan, ancora nel Golfo e ha raccontato il contributo italiano a questi interventi, ovviamente “in direzione ostinata e contraria”, svolgendo il ruolo ormai inusuale di rivista “militante ed esperta”. Un ruolo che deve molto a Walter Peruzzi, che sapeva coordinare il lavoro di tante e tanti e dargli forma in un prodotto editoriale allo stesso tempo unitario e polifonico, con un progetto riconoscibile e aperto a contributi diversi e al dibattito politico e culturale. 

Walter riuscì allora nell’impresa di coinvolgere persone molto diverse tra loro, per storia e collocazione politica, accomunate dalla volontà di far circolare informazioni e analisi sul mondo e di opporsi alle politiche imperiali alle quali il nostro paese partecipava e avrebbe partecipato in prima fila. Come “direttore” Walter è stato un particolare punto di equilibrio nella rivista, garantendone l’uscita per 20 anni: non perché fosse capace di mediare – anzi, non ci provava nemmeno – ma perché sapeva convincere tutte e tutti (redattori e collaboratori) del taglio aperto e allo stesso tempo fortemente radicale e schierato della linea editoriale. 

Le riunioni di redazioni erano spesso molto litigiose, a volte anche solamente per il carattere spigoloso di alcuni di noi: mai però per questioni banali, ma per l’importanza delle questioni che si affrontavano e per la passione che ognuna/o metteva nel sostenere un proprio progetto, un proprio punto di vista, un’idea di impegno internazionalista e contro le guerre. 

La redazione è cambiata tante volte e anche la rivista – di conseguenza – ha cambiato spesso faccia, contenuti, argomenti. È stato Walter per primo a volere una rivista che provasse ad affrontare non solo i conflitti armati, ma anche quelli sociali, culturali, così come il tema delle migrazioni. Sempre Walter ha concentrato via via il suo interesse, che ha attraversato la rivista, nella ricerca e nella battaglia contro tutti i fondamentalismi religiosi (o forse contro ogni religione, fondamentalista in quanto tale…) e sulla realtà delle migrazioni e del razzismo. 

Questo numero che avete in mano sarà l’ultimo che uscirà. Una decisione che già avevamo preso insieme a Walter qualche mese fa. I motivi sono diversi, sia legati alla difficile situazione della stampa su carta che ai limiti del collettivo redazionale, che sempre meno è riuscito a dare forma a una rivista che facesse circolare materiali inediti o comunque con qualcosa in più di quanto già si trova, magari in maniera disordinata, nella rete. Queste difficoltà si sono sommate, e anche se non chiudiamo per un fallimento economico, il numero di abbonati stava calando ogni anno, così come la nostra capacità di continuare a fare una rivista militante. Indubbiamente ha pesato anche una separazione di interessi tra noi, unita alla scomparsa di un movimento contro la guerra che poteva rappresentare un soggetto di riferimento per la rivista. 

Chiudiamo senza recriminazioni, senza litigare, senza rompere il filo dei nostri ragionamenti e del nostro impegno, per ognuna/o a suo modo e in suoi percorsi. Non è stata la morte di Walter a farci scegliere la chiusura, anche se per tutte/i noi fare la rivista senza Walter sarebbe stato certamente troppo difficile. 

Questo numero – oltre che un omaggio a Walter, con le parole di tante/i che l’hanno conosciuto e con lui hanno lavorato – è un omaggio alla non brevissima storia di Guerre&Pace, attraverso gli articoli che Walter ha scritto per la rivista. Abbiamo provato a dare conto non solamente del contributo, fondamentale, di Walter alle idee di fondo del progetto e della linea editoriale, ma anche dei periodi attraverso i quali è passata la rivista, i temi affrontati, le campagne politiche, le polemiche, le iniziative che abbiamo volta per volta appoggiato, sostenuto o delle quali siamo stati protagoniste/i e promotrici/promotori. Pensiamo possa essere un esercizio interessante e istruttivo rileggere le pagine di Walter sulla guerra del Golfo; i suoi editoriali appassionati contro l’embargo e le complicità anche italiane in questa politica criminale (noi siamo tra quelle/i che ancora non dimenticano quei nomi, quelli dei Prodi, Veltroni, D’Alema, Berlusconi, Amato, Dini…, come ci esortava a fare Walter); i suoi interventi polemici sui temi del conflitto jugoslavo, sull’imperialismo, o verso chi pensava (e ancora pensa) al movimento contro la guerra come strumento di raccordo con le politiche del centrosinistra, anche quando questo era volenteroso corresponsabile delle politiche di guerra; e ancora il suo impegno contro la Lega Nord e per i diritti dei migranti; fino alla sua produzione di idee contro i fondamentalismi, e le religioni come radice stessa di ogni fondamentalismo. 

L’esperienza di Guerre&Pace è stata per noi tutte/i formativa, ci ha insegnato a comunicare meglio le nostre idee, a confrontarle con la realtà dei conflitti contemporanei, a scavalcare il muro dell’informazione “ufficiale” senza per questo accontentarci delle spiegazioni ideologiche precostituite o della comoda riproposizione di analisi superate. Il contributo di Walter e la sua “direzione” (nel senso più vero del termine) sono stati anche in questo insostituibili. E indimenticabili.

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