Mi è stato chiesto di scrivere del mio impegno pacifista quale contributo al sito creato per ricordare Tom. Sono giorni che penso a come iniziare, per evitare di cadere nella trappola del ricordo, del rimpianto, o dell’autocelebrazione. Ci provo. Non me ne vogliate se l’amarcord rischia di prendere il sopravvento.
Allora, se dovessi fissare nel tempo l’istante nel quale scoprii la mia vocazione pacifista e anzitutto antimilitarista, dovrei tornare a ritroso alla metà degli anni ’70. Avevo allora poco più di 14 anni. La guerra l’avevo vista nelle immagini sbiadite in bianco e nero dei telegiornali, a casa divoravamo notizie, io e mio padre, quotidiani, settimanali. Imparai a leggere su l’Espresso in formato tabloid.
La guerra la giocavo come tanti miei coetanei, ero appassionato di aerei, li conoscevo tutti, quelli da guerra. Collezionavo riviste, soldatini, costruivo modellini. Un po’ come tutti i maschietti della mia età di allora. La guerra del Kippur o quella in Vietnam. Di quest’ultima ricordo una schiera di gipponi verde militare della celere di fronte all’ambasciata americana pronti a bloccare l’ennesima manifestazione pacifista. O le immagini di Mi Lay, dei bombardamenti al napalm, dei bollettini quotidiani, gli elicotteri che abbandonano il tetto dell’ambasciata americana.
E poi i boat-people, le migliaia e migliaia di profughi a galla nel Mar Cinese. Ci fu a suo tempo una campagna di adozione dei bimbi dei boat people, e a casa si iniziò a pensare di adottarne uno. Ed allora non ci pensai un istante, distrussi tutto, modellini, riviste, giocattoli qualsiasi cosa che potesse richiamare alla guerra. “Come posso accogliere un profugo che fugge da quell’orrore in una casa piena di cose che glielo farebbero tornare alla mente?” Dell’adozione non se ne fece nulla ma da allora nel mio profondo si fece largo una sorta di repulsione per divise, bandiere, eserciti.
Un po’ come quando scoprii la mia natura imprescindibile di ecologista: dal disgusto provato uscendo una volta dalle acque del mare coperto di catrame, che per pulirmi mia madre dovette lavarmi con l’alcol. Ecco come nacque la mia anima, o meglio come si manifestò come un’epifania, la mia anima di pacifista antimilitarista e di ecologista radicale. Forse era lì da sempre, forse oggi non posso fare altro che ammettere che non potevo essere altro, e non solo per scelta politica o culturale ma per la natura stessa delle cose. Da due episodi.
Il passato non è passato, ma si ripete, si ripropone nel quotidiano, nel “mentre” direbbe il filosofo nigeriano Bayo Akomolafé, nel suo cammino verso una “casa” in questo mondo in frantumi. Per chi crede nella circolarità e non nella linearità della storia non c’è passato o presente o futuro, tutto si rimescola in continuazione.
Quel passato così riemerse qualche anno dopo, quando senza esitazione aderii alla Lega Socialista per il Disarmo, un pezzo di movimenti antimilitaristi e non violenti vicino al partito radicale. La lotta per l’obiezione di coscienza, per il disarmo contro la Nato ed il Patto di Varsavia. Ricordo bene i sit-in nei tribunali militari di pace a sostegno di chi obiettava. E poi una folle, incredibile avventura attraverso l’Europa. La marcia Bruxelles-Varsavia. Andammo in un manipolo di pullman, con figure storiche della nonviolenza e del pacifismo di allora.
Era il 1979. Facemmo tappa davanti ai quartieri generali della NATO nelle basi americane in Olanda e Germania, a Gorleben, deposito di scorie radioattive. Entrammo a Berlino attraverso un corridoio autostradale attraverso la Germania orientale. E terminammo la nostra corsa, almeno molti di noi al Checkpoint Charlie, con un sit-in che venne disperso con la forza. Strattonati dai Vopos da una parte, e la polizia militare USA dall’altra. Venimmo espulsi in massa. Io con la soddisfazione di aver orinato contro il Muro.
Un po’ come quando decenni dopo, da parlamentare tentai, assieme ad altri ed altre di andare a portare solidarietà a Yasser Arafat, allora sotto assedio. Espulsi in massa, il passaporto con un timbro “entry denied”. Che pensavo fosse una medaglia d’onore invece venni poi a sapere, in procinto di andare con una missione di pacifisti e parlamentari a Baghdad prima dell’attacco delle forze “occidentali” (loro andarono io no che dovetti sottopormi ad un intervento d’urgenza che quasi ci lascio le penne), che comunque significava che ci avevi provato ad entrare in Israele e che quel passaporto quindi per i paesi arabi era carta straccia.
La guerra, sdraiati in un immenso die-in ai Fori Imperiali, per condannare i bombardamenti della NATO su Belgrado. Ancora ho la spilletta con cerchi concentrici in bianco e nero, “target”, siamo tutti obiettivi. E nella mente le ultime parole scambiate con Alex Langer, allora ero attivo nella Campagna Nord-Sud da lui fondata, e ci eravamo salutati per l’ultima volta all’uscita di un convegno sulla guerra nei Balcani al Parlamento Europeo. La guerra che si era riproposta più volte nella mia “militanza” con Greenpeace, nelle manifestazioni davanti all’ambasciata irachena, o quando, da presidente di Greenpeace Italia, decidemmo di schierare l’ufficio nazionale contro la guerra nei Balcani, primo esperimento di ingerenza umanitaria di “responsibility to protect”, che sarebbe stata più volte invocata per attacchi contro paesi “rogue”, facendo strami del diritto internazionale.
La guerra o arsenali micidiali pronti all’uso, come quei sommergibili nucleari a la Maddalena o in disuso, nell’Estremo Oriente russo, quando mi recai a bordo della Rainbow Warrior, era il 1993, per una serie di azioni di protesta contro il nucleare militare. Entrammo di soppiatto in una base navale dove anni prima si era verificato un incidente nucleare con conseguente fall-out radioattivo. Con i nostri contatori geiger misurammo i livelli di radioattività per poi informare la popolazione delle aree circostanti tenuta all’ignaro di tutto. La guerra, la cortina di segretezza, le sue élite militari, civili, economiche, industriali. Era la Russia del dopo Glasnost, riuscimmo a sfuggire ad un assalto in alto mare delle forze speciali della marina russa.
Episodi che si accavallavano nei miei ricordi e che si sarebbero poi ricomposti inaspettatamente, quando, neoeletto in Senato mi trovai a dove fare i conti con l’11 settembre, la guerra in Afghanistan, la guerra all’Irak, il rapimento delle due Simone, una, Simona Torretta, mia cara amica dei tempi nei quali lavoravo a Crocevia. E poi reincontrata ad Un Ponte Per… che anni dopo mi aprì le porte per offrirmi di far parte del Comitato Nazionale.
La guerra raccontata dalle foto del mio “guru” il compianto Pietro Gigli, le sue telefonate concitate sotto le bombe, le foto in bianco e nero. Che ora sono patrimonio pubblico grazie all’impegno dell’Archivio storico della Fondazione Basso. La guerra sezionata culturalmente e politicamente da colei che sarebbe diventata mia compagna di lotta pacifista ed antimilitarista, Elettra Deiana, alla quale devo, dobbiamo molto. Con Elettra eravamo inseparabili, lavoravamo io al Senato lei e Silvana Pisa alla Camera per smantellare l’apparato di bugie e di propaganda che accompagna ogni guerra. Non a caso quando Colin Powell andò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per chiedere l’intervento contro l’Irak, presentò un documento, “un apparato di menzogne” che avrebbe mostrato l’arsenale chimico e batteriologico di Saddam, quella una menzogna vera e propria.
Tanto che qualche anno dopo assieme ad un gruppo di pacifisti io e Graziella Mascia, comunista e parlamentare andammo negli Stati Uniti – per lei la prima volta nel ventre dell’impero – assieme ad una delegazione di “ispettori cittadini”. Volevamo entrare nella base della US Army di Edgewood, Maryland per trovare le armi chimiche del Pentagono. Non se ne fece nulla ovviamente, venimmo allontanati sotto una bufera di neve.
Un po’ come quando con Elettra decidemmo di andare a cercare le bombe atomiche americane nella base di Ghedi. In tandem con Lisa Clark dei Beati i Costruttori di Pace, il disarmo nucleare è sempre stata una delle mie priorità, la denuncia degli accordi di condivisione NATO, il mio lavoro all’interno dell’Assemblea Parlamentare della NATO.
E poi la campagna contro la liberalizzazione del commercio di armi, contro la revisione della legge 185/90 quando riuscimmo a creare un ponte inedito tra chi era all’interno del Parlamento e chi fuori si era coalizzato in un fronte ampio, diffuso in tutto il paese. Facemmo entrare semiclandestinamente in Senato Alex Zanotelli, che si mise a sventolare la sua whipala la sciarpa arcobaleno dal balcone centrale, mentre per strada a centinaia bloccavano il traffico. Ora con la nuova legge sulla sicurezza a firma Meloni-Salvini sarebbero stati tutti messi in galera.
La guerra, che vidi negli occhi di bimbi in un campo profughi in Sierra Leone, o in quelli di coraggiosi attivisti e attiviste palestinesi nel campo di Haida, o nei volti della famiglia di Marwan Barghouti incontrata qualche anno dopo in delegazione grazie al lavoro prezioso ed incessante di Luisa Morgantini. Alla moglie ed al figlio chiesi; ma secondo voi viene prima la pace o la giustizia? Un interrogativo che continua ad arrovellarci, noi che proviamo da percorsi diversi, strade diverse a seguire la luce a volte accecante, a volte fioca che il lampadiere porta sulle sue spalle, per aprire il cammino.
Quel cammino che Tom aveva tracciato per noi fortunati ad averlo incrociato e per chiunque ha a cuore la pace e la giustizia.





